Francesca Ghezzani, giornalista e donna solare e determinata

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E’ una donna solare, dolce e determinata la giornalista, conduttrice televisiva e addetto stampa Francesca Ghezzani.

Ecco che cosa ci ha raccontato della sua vita e della sua passione per il giornalismo…

Francesca, come è nata la tua passione per il giornalismo?

La passione per il giornalismo è stata consequenziale a quella innata per il mondo dello spettacolo in generale, del teatro e per tutto ciò che rientra nel concetto di arte e comunicazione.Quando da ragazzina mi veniva chiesto che cosa volessi fare da grande rispondevo che avrei voluto lavorare all’interno delle redazioni di programmi televisivi e fin da bambina, in occasione dei saggi di danza classica della scuola che frequentavo, amavo più il momento delle prove del debutto stesso. Crescendo, tale passione per il “dietro le quinte” è andata unendosi a quella per l’informazione e, quindi, per il giornalismo. Ho sempre avuto le idee chiare, insomma, e da subito ho indirizzato i miei studi universitari e post universitari in tal senso, privilegiando rubriche di approfondimento, talk show e inchieste e preferendo il giornalismo televisivo, seppure scriva anche su dei mensili cartacei.

Hai curato l’ufficio stampa di diverse realtà e di alcune lo fai ancora: quali sono le maggiori difficoltà che hai riscontrato e riscontri tuttora quando devi promuovere una realtà?

La prima difficoltà che riscontro è quella, talvolta, di non avere contatti in alcuni ambiti e dovermeli creare dal nulla, ma del resto è un lavoro di pubbliche relazioni e quindi, alla fine, il bello è anche questo. Più arduo è invece quando cerchi di promuovere una realtà attraverso dei canali che ti aprono le porte solo dietro pagamento, conditio sine qua non per non trovare da parte loro un vero e proprio muro di gomma. Ciò non toglie che il lavoro dell’addetto stampa sia fondamentale, come spiego sempre ai miei allievi durante i corsi di comunicazione e organizzazione eventi che tengo in qualità di docente. Se non si comunica e si informa, si rischia di lavorare a progetti e realtà solo per se stessi. Nel mio caso devo ammettere che l’esperienza giornalistica maturata all’interno delle redazioni mi viene in soccorso perché mi consente di redigere comunicati stampa ad hoc e studiare un piano di comunicazione più mirato sapendo che cosa un giornalista si aspetta da un ufficio stampa.

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Vieni dalla provincia: quanto è difficile emergere in una cittadina e non in una grande metropoli?

In realtà ho vissuto sia l’esperienza della grande metropoli nel periodo in cui ho abitato a Milano – per dieci anni – sia della città di provincia quale è Brescia. Da casa mia vedevo gli studi Mediaset e trascorrevo le domeniche pomeriggio di adolescente davanti ai cancelli o tra le fila del pubblico chiedendo autografi ai vip e innamorandomi fin da allora di quanto stava dietro alla telecamera. Per motivi familiari mi sono poi trasferita a Brescia e lì sono rimasta per ragioni sentimentali, nonostante per un periodo abbia fatto la pendolare con Milano. Di sicuro per il settore del giornalismo e della televisione la realtà bresciana è penalizzante, con poche realtà presenti e che risentono fortemente della crisi e dei tagli al mondo dello spettacolo e dell’editoria. Di contro, se si ha comunque la fortuna di entrarci, ritengo che si abbia maggiore libertà di azione nel gestire il proprio lavoro e che si possa, comunque, trovare una propria dimensione non priva di soddisfazioni.

Che cosa ami in particolare delle tue città?

Le mie città, come si può evincere dalle risposte precedenti, sono più di una: sono nata in Toscana, a Piombino, dove amo l’aria di mare che si respira e i ritmi meno frenetici, poi nel mio cuore c’è Milano, di cui amo quella sensazione di grandezza e l’apertura mentale che solo una metropoli può dare e, non da ultimo, vi è Brescia, luogo che mi incanta spesso per alcuni suoi scorci inaspettati, per i dintorni lacustri e per il suo essere una città non piccola ma comunque a dimensione d’uomo, aspetto assai comodo nella quotidianità frenetica a cui siamo obbligati.

Ti abbiamo vista anche in alcune trasmissioni televisive in reti televisive locali, che esperienze sono state?

Ho iniziato all’età di 22 anni a lavorare in televisione, quando ero ancora una studentessa universitaria. All’inizio mi occupavo del tg, poi ho iniziato a dedicarmi alla produzione e conduzione di trasmissioni sia autoprodotte sia come collaboratrice esterna, professione che svolgo tuttora. Sono state fin da allora delle esperienze indubbiamente positive, grazie alle quali mi relaziono con i numerosi ospiti in studio e, al contempo, posso informare chi è a casa, come una vera e propria missione. Negli anni, grazie alla piattaforma Sky e al digitale terrestre che ha permesso una maggiore copertura del segnale sul territorio, le realtà con cui ho collaborato e con cui lavoro tutt’oggi hanno perso la valenza di “tv locale” superando, in alcuni casi, anche i confini nazionali. Ciò non consente solo di avere una maggiore visibilità, elemento già di per sé innegabilmente appagante sotto il profilo professionale, ma anche di poter trattare argomenti di più largo interesse, coinvolgendo così target più ampi di telespettatori.

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Che programma ti piacerebbe condurre ora?

Ho diversi progetti in mente, alcuni di recente ideazione e altri che coltivo da più tempo e che mi auguro di riuscire a realizzare relativamente nel breve. Oltre a continuare nella cura e conduzione della trasmissione di medicina “Essere Benessere” vorrei proseguire per la prossima stagione con una seconda edizione di “A spasso per il mondo”, una rubrica sui viaggi che ha esordito da poco e con la quale porto i telespettatori a conoscere mete vicine e lontane, come preannuncia lo stesso titolo. A tali trasmissioni mi piacerebbe affiancare un altro programma itinerante, in cui sia io in prima persona a recarmi in posti più o meno noti per scoprirne curiosità e peculiarità, condividendole poi con chi mi segue da casa.

Un altro sogno nel cassetto è realizzare un programma d’inchiesta che parli di fatti di cronaca irrisolti e, non da ultimo, vorrei occuparmi della produzione di un ciclo di puntate di cabaret perché a mio avviso ridere è una potente medicina e l’autoironia un’arte; in questo caso mi dedicherei però solo al lavoro di redazione in quanto il mio ruolo di giornalista mal si sposerebbe con la conduzione.

E uno dedicato ai bambini, ti piacerebbe? Del resto sei diventata mamma da poco tempo…

Mi piacerebbe a patto che fosse un programma intelligente e fortemente educativo, ma diciamo che per il momento non rientra nella “lista dei desideri” nonostante sia diventata da poco mamma.

Che mamma pensi di essere?

Penso di essere una mamma il più possibile sensibile e attenta, che si informa e si confronta per cercare di dare il meglio a sua figlia, consapevole che ogni giorno si impara qualcosa in più e che gli sbagli sono assolutamente probabili non esistendo un vademecum pronto ad insegnarti il mestiere che, per antonomasia, è davvero il più difficile che ci sia. Il senso di responsabilità necessario per crescere una vita è altissimo, ma l’importante è che gli errori siano fatti in buona fede e che si abbia l’apertura mentale per correggerli in tempo: del resto quando nasce un figlio nasce anche una mamma ed è un’esperienza nuova per entrambi. Mi accorgo che mia figlia e io impariamo a conoscerci ogni giorno di più e questo ci rende sempre più unite e complici. Voglio essere una mamma dolce e premurosa ma al contempo anche severa su alcuni punti e che invita all’indipendenza, insegnando attraverso il dialogo e il buon esempio; minacce e punizioni a mio avviso servono a ben poco se ai bambini non si spiega sempre prima il perché delle cose. Inoltre cercherò di trasmetterle che su di me, anche quando non saremo d’accordo, potrà sempre contare. Oggi mettere al mondo un figlio in una società come la nostra dove, almeno in Occidente, è garantito sì un maggiore benessere rispetto ad un tempo ma vi sono anche più insidie e meno valori richiede coraggio e, parallelamente, rende indispensabile che i figli abbiano dei punti di riferimento.

Molte donne, una volta diventate genitori, si trovano in seria difficoltà a gestire il ruolo di mamma con quello di professionista nel mondo del lavoro. Tu come ci riesci?

Abbiamo fatto molti passi avanti, ma per una donna rimane purtroppo ancora difficile conciliare la sfera familiare con quella lavorativa. Non abbiamo nel nostro Paese un welfare che ci sostenga a sufficienza e una madre è sempre in prima linea nella crescita di un figlio, spesso attanagliata da sensi di colpa o da frustrazioni per le troppe rinunce a cui si sente costretta. Ritengo invece che sentirsi realizzate anche in ambito professionale porti a casa serenità e che di questo ne giovi tutta la famiglia, i figli in primis. La maternità è un grande dono, che dovrebbe essere arricchente senza tarpare le ali di una donna. Nel mio caso ho la grande fortuna di avere un marito che lavora anch’egli in televisione e che quindi conosce ritmi, orari, problematiche e ambizioni di questo settore. Ciò ci permette di essere complici e assai comprensivi l’un con l’altro. Inoltre posso contare su dei genitori che mi hanno appoggiato nelle mie scelte fin dai tempi dello studio e che sono pronti ad aiutarci nel menage familiare senza per questo essere invadenti. I nonni sono davvero una grande risorsa, posso confermarlo senza alcun dubbio.

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Credi che il settore della comunicazione sia ancora molto maschile e maschilista?

Purtroppo sì, una donna spesso deve cedere a lusinghe e compromessi o altrimenti sgomitare parecchio per farsi valere nonostante siano note le spiccate doti comunicative del gentil sesso. Una volta chiariti i nostri intenti e dimostrato di avere carattere, tenacia e cervello penso però che i colleghi uomini inizino ad apprezzarci e che si possa instaurare con loro un team di lavoro affiatato.

E per concludere: che cosa speri di ottenere nei prossimi mesi sia nel settore lavorativo sia in quello più privato?

In quello privato non posso chiedere di più di quello che ho, per quanto riguarda quello lavorativo intendo continuare con le collaborazioni che ho intrapreso prima della maternità, consapevole che questo tipo di professione ti porta spesso a lavorare con più realtà contemporaneamente.

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Di Laura Gorini