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L’Accabadora di Enrico Pau – da giovedì 20 aprile al cinema

In uscita nelle sale italiane il prossimo giovedì 20 aprile, “L’Accabadora”, il film di Enrico Pau (una produzione Film Kairos (Italia) / Mammoth Films (Irlanda) – distribuzione Koch Media) descrive una Sardegna arcaica a confronto con la modernità nella prima metà del XX secolo. La protagonista, Annetta (interpretata da un’intensa Donatella Finocchiaro), incarna il mito dell’“accabadora” (lett. “colei che finisce”), ovvero “colei che porta la (buona) morte”, figura enigmatica le cui origini si perdono nel tempo, con rare documentazioni e testimonianze che rimandano a una remota civiltà agropastorale. Il suo segreto – un’arte tramandata di madre in figlia, con il potere di tracciare il confine tra la vita e la morte e alleviare le sofferenze dei malati, quindi di porre fine a un’agonia, in una forma estrema di guarigione dal dolore – ne fa un’estranea tra i suoi stessi compaesani, i quali pure la trattano con reverenza e timore.

Sullo sfondo di una Cagliari all’inizio degli Anni Quaranta – nei tragici giorni dei bombardamenti sulla città – la donna (di cui s’intuisce il misterioso passato, nascosto dietro i silenzi e gli sguardi, ammantata di abiti scuri da cui emerge la bellezza antica, quasi scolpita nella pietra, di un volto imperscrutabile) giunge nel capoluogo alla ricerca della nipote Tecla, che incontrerà in circostanze rese ancor più drammatiche dalla crudeltà della guerra. Il dialogo tra zia e nipote farà affiorare ricordi e ferite mai dimenticate, insieme a quell’amaro retaggio che fa di Annetta una sorta di moderna sacerdotessa, dispensatrice di pace (eterna) ma al prezzo altissimo della solitudine, dell’isolamento in seno alla comunità.

Fulcro della vicenda, il dilemma de “L’Accabadora” fra il legame con le sue radici, quella cultura ancestrale di cui è portatrice e simbolo, e la contemporaneità, quasi a simboleggiare il destino dell’Isola in bilico tra passato e futuro. Il viaggio da un piccolo paese alla città è quasi un viaggio nel tempo, durante il quale la protagonista scopre il fascino dell’arte e l’importanza della medicina, tra i pochi elementi positivi di quel progresso che irrompe e squarcia una quiete millenaria con il rombo degli aerei da guerra.

Nel cast – accanto a Donatella Finocchiaro, icona di una donna mediterranea, forte e fragile, coraggiosa e fiera – Barry Ward, Carolina Crescentini, Sara Serraiocco, Anita Kravos, Camilla Soru, Federico Noli, insieme con Caterina Medici, Maria Grazia Sughi, Emilia Agnesa, Roberta Locci, Carla Orrù, Mario Faticoni, Piero Marcialis, Giuseppe Boy, Nunzio Caponio, e con Saverio Abis e i giovanissimi Riccardo Cau, Enia Carboni e Matilde Soro.

Le scenografie disegnate da Marco Dentici e i raffinati costumi di Stefania Grilli – con l’emblematico mantello disegnato dallo stilista Antonio Marras contribuiscono a ricostruire le atmosfere dell’epoca e a delineare il conflitto tra due mondi, sull’evocativa colonna sonora firmata da Stephen Rennicks, con i canti dell’ensemble corso A Filetta.

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Il film di Enrico Pau – anche autore della sceneggiatura originale insieme con Antonia Iaccarino – fotografa la realtà della Cagliari sotto le bombe, tra le macerie di una città distrutta e il coraggio di medici e infermieri e di quanti si prodigano incessantemente nel tentativo di salvare vite e curare i malati e i feriti. Un omaggio alla città e ai suoi abitanti, in ricordo delle vittime delle atrocità del secondo conflitto mondiale, ma anche il canto dolente di una bellezza violata, perduta e (in parte) ritrovata e custodita nella memoria.

Un’opera densa di suggestioni – un vivido affresco di una città e di un’Isola, tra miti e leggende, storia e narrazioni che si fanno materia viva attraverso la forza e la poesia delle immagini, in un racconto corale che racchiude il senso di una catarsi e la potenza del ricordo – senza nostalgia.

«La cosa che mi interessa sempre di più come regista è esplorare gli angoli più nascosti della realtà, gli angoli dimenticati, dove scorrono vite invisibili, dimenticate dalla Storia» racconta Enrico Pau.

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«Annetta è uno di questi esseri umani la cui esistenza trascorre dentro un microcosmo “arcaico” (nel senso etimologico di cosa arcana, dimenticata). Questa distanza siderale di Annetta dal mondo, dalle sue luci, questo suo nascondersi nell’ombra, negli angoli della vita non è una scelta. In questo senso Annetta è inizialmente un personaggio tragico, le traiettorie della sua vita paiono disegnate al di là della sua volontà, il destino l’ha collocata in un luogo remoto, la sua vita è segnata dalla tradizione, dai riti di un mondo oscuro, per svolgere il ruolo di Accabadora che sua madre le ha trasmesso e la comunità le ha richiesto.

Annetta vive in questa dimensione abitata da un distacco quasi sciamanico dal mondo, nasconde o meglio ignora i suoi sentimenti, ha acquistato tutta la durezza di cui aveva bisogno per svolgere il ruolo di Accabadora, per dare la buona morte», prosegue il regista. «L’amore per Tecla, il contatto, la vicinanza a cui la costringe il prendersi cura della giovane nipote orfana innescano il passaggio dallo stato di quiete, che tiene sopito il dolore antico e profondo della sua infanzia spezzata, alla scoperta del mondo e del suo respiro.»

Nelle sue note di regia, Enrico Pau sottolinea che «L’unica verità che ci ha guidato nel corso della nostra narrazione è quella del personaggio: non avevamo nessuna intenzione di recuperare una verità storica o antropologica. E la cosa più interessante che può succedere a un personaggio è la rottura del suo equilibrio, da lì si genera tutto. Per questo abbiamo colto Annetta in un momento di passaggio: è una cosa che riguarda soprattutto la sua vita, il suo passare da una condizione a un’altra, da un mondo sospeso, nelle sue forme immutabili, all’incertezza, all’indeterminatezza di una nuova condizione che comprende un valore inesplorato per lei: l’amore, nelle sue tante forme». 


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