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Ridurre il fruttosio dà buoni risultati

La dieta più corretta anche per il fegato sottolinea Silvia Fargion, del Policlinico di Milano . «È la vera dieta mediterranea a basso-medio contenuto calorico, ricca di proteine vegetali e con una bassa percentuale di carboidrati e grassi, povera di grassi saturi e ricca di grassi mono- e polinsaturi da cibi come olio d’oliva e frutta secca»

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Per curare il fegato grasso non ci sono ancora medicine miracolose: l’unica terapia è dimagrire. «Il danno epatico può risolversi se chi è in sovrappeso perde il 7% del peso — sottolinea Silvia Fargion, direttrice dell’unità di Medicina Interna ad Indirizzo Metabolico del Policlinico di Milano —.

C’è una relazione di causa-effetto fra accumulo di chili e steatosi epatica, per cui l’unica cura e l’unica prevenzione passano attraverso dieta e attività fisica».

Muoversi ogni giorno a sufficienza, quindi, e mangiare meglio: non solo per perdere peso ma per mantenere il peso forma, perciò senza diete drastiche ma attraverso un’alimentazione che sia possibile seguire sempre.

La chiave, secondo una ricerca pubblicata su Cell Metabolism, potrebbe essere non tanto la riduzione delle calorie complessive quanto della quota di carboidrati, a favore delle proteine: i partecipanti allo studio infatti non sono dimagriti in maniera visibile, ma il loro fegato sì.

La dieta a basso tenore di carboidrati agirebbe sul metabolismo e sulla flora batterica intestinale: per esempio, gli autori hanno verificato che riduce l’espressione di geni coinvolti nella sintesi di grassi a livello del fegato mentre sale quella di geni connessi alla produzione di acido folico e all’ossidazione dei grassi.

In carenza di carboidrati, insomma, il fegato inizia a bruciare grasso anziché produrlo (e accumularlo), con un effetto immediato visto che fin dal primo giorno il metabolismo si modifica.

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Fruttosio contenuto nelle caramelle

La dieta povera di carboidrati favorisce inoltre modifiche nella composizione della flora intestinale, che sembra svolgere un ruolo chiave anche nella steatosi.

«Lo studio è piccolo e le diete vanno sempre tagliate su misura per ciascuno, tuttavia i dati sembrano suggerire che con l’alimentazione si possa incidere direttamente sul grasso epatico, a prescindere dal peso» dice Jan Boren dell’università svedese di Göteborg, autore dell’indagine.

Anna Ludovica Fracanzani, docente di medicina interna dell’Università degli Studi di Milano, precisa che «il problema maggiore è l’introito di fruttosio. Nei pazienti magri con steatosi vediamo spesso un eccesso nel consumo di questo zucchero, che si trova in abbondanza nelle bevande dolcificate e in molti prodotti industriali. Limitarlo è importante per prevenire e contrastare il fegato grasso».

Il fruttosio infatti viene metabolizzato dal fegato e usato per produrre i grassi che poi, se siamo sedentari, vengono accumulati nell’organo. Ridurne il consumo può allora fare la differenza, come conferma uno studio condotto dall’università di San Francisco su bambini con fegato grasso: sostituendo il fruttosio con l’amido, rimpiazzando cioè uno zucchero semplice con carboidrati complessi, nel giro di nove giorni il metabolismo è cambiato al punto da quasi dimezzare il grasso epatico.

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Anche in questo caso i pazienti erano poche decine, per cui servono conferme, ma che l’alimentazione sana sia il pilastro su cui regge la salute del fegato è ormai certo.

Oltre a non mangiare troppi zuccheri occorre non esagerare con la carne rossa: una ricerca pubblicata sul Journal of Hepatology, condotta su 800 persone, ha dimostrato che un eccesso di carni rosse e salumi si associa a un maggior rischio di steatosi e resistenza all’insulina, indipendentemente dal peso corporeo, soprattutto se la carne viene fritta o grigliata a lungo, perché così vengono prodotte sostanze pro-infiammatorie pericolose.

L’autrice, Shira Zelber-Sagi dell’università di Haifa in Israele, osserva che «fra le carni meglio tacchino, pollo e pesce e cucinarli bolliti o al vapore, limitando la cottura ad alte temperature».

C’è anche la forma «tradizionale» legata al consumo di alcolici

L’accumulo silenzioso di grasso sul fegato, che «strangola» l’organo compromettendone pian piano le funzioni, è solo il primo passo verso di- sturbi sempre più gravi.

Dalla steatosi si passa infatti spesso alla steatoepatite, in cui è presente anche infiammazione. «Si distinguono la forma non alcolica, tipica di chi non beve alcol, e quella alcolica: per la diagnosi di steatosi non alcolica il consumo nelle donne deve essere inferiore ai 20 grammi di alcol al giorno (poco più di un bicchiere di vino rosso, ndr), negli uomini ai 30 grammi al giorno (circa due bicchieri, ndr) — osserva Silvia Fargion —.

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Distinguere le due forme è difficile, nei fatti si presentano allo stesso modo; per la diagnosi l’ecografia non è sufficiente e serve una biopsia, un test invasivo che perciò viene eseguito solo nei soggetti ad alto rischio, da individuare tenendo conto di caratteristiche come la presenza di sindrome metabolica, sovrappeso, diabete, ipertensione, dislipidemia o anche la durata della steatosi e la ferritina elevata».

Secondo uno studio pubblicato di recente sul British Medical Journal, per capire se il fegato di chi ha steatosi sia avviato verso il peggio e abbia già una fibrosi (ovvero il tessuto si sia «indurito» come quello delle cicatrici, smettendo di funzionare correttamente) può essere utile sottoporsi a Fibroscan un test non invasivo simile a un’ecografia che misura l’elasticità dell’organo.

Durante l’ultimo congresso Easl, inoltre, sono stati presentati ulteriori dati su test non invasivi che consentono di prevedere il rischio di progressione o le probabilità di miglioramento nei pazienti con una fibrosi avanzata, ma tuttora non c’è accordo assoluto sul loro impiego.

Anna Capuano

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