Donne e potere: una difficile conquista

Si è spesso portarti a pensare, per una pluralità di ragioni – talvolta irragionevoli -, che attengono alla storia, che il ‘potere’ sia una prerogativa riservata all’individuo di sesso maschile e soltanto eccezionalmente a quello di sesso femminile. Anche in questo caso, si impone l’obbligo di fare chiarezza a riguardo.

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È dato inconfutabile che il potere inteso come la possibilità per specifici comandi (o per qualsiasi comando) di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di uomini sia stato, normalmente, prerogativa riservata agli uomini, intesi come genere ‘forte’.

Anche in questo caso occorre constare che il diritto vive e vive nella realtà ove v’è stata una progressiva conquista da parte del sesso femminile della possibilità di esercizio del potere. A questo tema, infatti, si riconnette inevitabilmente l’affine questione ‘donna e istituzione’ (ove per istituzione si intenda l’apparato amministrativo che si compone di una pluralità di individui).

V’è oggi una tendenziale parità nell’esercizio di un potere legittimo da parte di uomini e donne nei confronti, reciprocamente, di individui del sesso opposto.

Pur tuttavia, le conquiste sul piano giuridico spesso trovano degli ostacoli di natura sociale, sintomo di una mentalità non proiettata al cambiamento bensì ostinata ad opporsi allo stesso.

Con riferimento a tale profilo, in un ambito, come quello militare, ove il potere trova la sua massima espressione, è accaduto un episodio che, coerentemente con quanto poc’anzi affermato, conserva traccia di tale ostinazione a non concepire la possibilità che la donna possa esercitare potere e, talvolta, come nel caso di specie, impartire degli ordini anche e soprattutto ad individui di sesso maschile.

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È accaduto, infatti, che, nonostante lei fosse suo superiore, lui non ci stava proprio ad eseguire gli ordini di una donna; così, di fronte all’ennesimo rimprovero, è sbottato davanti a tutti: “Ma guarda questa. Io non devo dar conto a nessuno. Sono un maschio, ho girato il mondo e non mi faccio comandare da una femmina”. Come racconta il Secolo XIX, infatti, l’avere proferito “a voce alta e platealmente” queste parole all’indirizzo del suo superiore, un sottotenente di vascello, ufficiale in seconda, di fronte alla presenza di più di due militari, non poteva passare impunito in ambito militare.

L’episodio è avvenuto a bordo di una nave multiuso della marina militare italiana, sulla quale  un sottocapo di prima classe prestava servizio in cucina. Il marinaio ha pronunciato quelle parole durante un’assemblea generale a bordo durante la quale il superiore “gli aveva ribadito l’obbligo di rispettare i suoi doveri” a seguito di precedenti episodi. L’uomo ha fatto ricorso in Cassazione sia per questo sia per altri due episodi: un’accusa di disobbedienza perché se ne era andato dalla base con un permesso non valido e una per essersi impossessato di alcuni registri. L’uomo ha spiegato che ha pronunciato quelle parole in uno stato emotivo acuito dalla convinzione di stare nel giusto. La Suprema Corte però ha confermato l’esistenza dei reati e nei suoi confronti è stata pronunciata una condanna complessiva ad otto mesi di reclusione.

L’esempio poc’anzi riportato è rappresentativo di una mentalità radicata in un certo contesto storicamente dominato dalla presenza del sesso maschile ove il cambiamento verso una ‘nuova concezione della realtà’ che vede uomini e donne sul medesimo piano è ancora faticosamente lento e difficoltoso. Si auspica che la parità di genere sia effettiva e reale e non soltanto uno slogan di cui servirsi per riscuotere un successo connotato da ipocrisia e mera e strumentalizzata ostentazione di valori.

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Avv. Roberto Pusceddu

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