Sport e salute: Risponde Paolo Valli fisio mental coach

Quanto incidono stress e preoccupazione nella prestazione sportiva?

Stress, paura, preoccupazione hanno un ruolo incisivo nella performance sportiva. Addirittura rappresentano una causa diretta di infortunio! Ciascuno di noi, se ripensa a un momento di stress o preoccupazione della propria vita, ricorderà senz’altro quanto il corpo percepisse uno stato di rigidità, di irrequietezza o di tensione. Possiamo, quindi, ben intuire quanto una condizione di questo tipo ponga in netto svantaggio un atleta che si trova ad affrontare una gara: il suo fisico che, al contrario, dovrebbe essere in una perfetta condizione di prontezza e di scioltezza, va incontro ad una sorta di congelamento delle proprie capacità ed attitudini. Non solo. Oltre ad un’aumentata tensione muscolare, l’atleta sotto stress o preoccupato è soggetto ad una maggiore distraibilità e ad un “restringimento percettivo”, ossia ad una minor capacità di sfruttare i recettori del proprio corpo, sia articolari e muscolari sia quelli relativi agli organi di senso come vista e udito. A questi si possono aggiungere disturbi a livello dell’apparato cardio-circolatorio, respiratorio, gastro-intestinale che derivano da un aumento dell’ansia.

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Anche i muscoli mentali vanno riscaldati prima di una gara?

Del riscaldamento fisico, nelle sue diverse modalità, si parla molto e i suoi benefici sono ben noti a tutti. Si parla un po’ meno del riscaldamento mentale anche se, in verità, ogni atleta utilizza un proprio modo per preparare “la testa” alla gara. Anche per i muscoli mentali è importante utilizzare lo stesso rigore che si utilizza per i muscoli scheletrici; se fatto casualmente o a malo modo non può funzionare o, addirittura, può essere controproducente.

Il riscaldamento mentale deve diventare un processo regolare, schematico, progressivo per poter creare il giusto atteggiamento mentale e trovare la giusta concentrazione. Prima di una gara non è utile mettersi a fare un allenamento di forza muscolare, così come sarebbe controproducente concentrarsi, ad esempio, sulle proprie credenze limitanti o sulla propria autostima durante il riscaldamento mentale pre-gara. Questo va fatto in altri momenti.

Se si usano immagini, pensieri, sensazioni in grado di attivare e di predisporre adeguatamente al gioco, si avranno risvolti positivi sui comportamenti, sulla centratura e persino sul gesto sportivo. La finalità è quella di mettere l’atleta nelle condizioni migliori per affrontare la competizione e per portare a buon frutto tutto il lavoro fisico e mentale che ha fatto in allenamento. La sua funzione ultima è quella di ottenere la giusta concentrazione sugli aspetti importanti, tralasciando tutti quei fattori di distrazione che potrebbero interferire sulla buona prestazione.

Le tecniche di riscaldamento mentale sono molte ed ogni atleta deve essere accompagnato nel tempo, dal bravo mental coach, a trovare una propria “routine” attivante che verrà declinata di volta in volta sulla base della situazione contingente: vi sono tecniche di rilassamento e riduzione dell’ansia, tecniche di concentrazione, visualizzazioni, utilizzo di “ancoraggi”, ecc. Tutte hanno lo scopo di mettere la persona nella miglior condizione atta sfruttare tutte le proprie potenzialità, riducendo l’ansia e le paure.

Lei come fisio mental coach lavora molto in ambito sportivo. Come superare la paura del fallimento? 

La paura del fallimento ha strettamente a che fare con l’autostima e l’affermazione di sé. L’atleta, se non è in grado di farlo da solo, deve imparare a conoscere il proprio valore, la propria dignità, la propria unicità, indipendentemente dal risultato. Uno dei concetti fondamentali sui quali si deve insistere è che non esistono fallimenti, esistono solo prestazioni che hanno avuto un esito non positivo a causa di situazioni particolari, a volte dipendenti dalla persona stessa altre volte per cause esterne. Tutto ciò non vuol dire che l’atleta sia un fallito (che è un giudizio assoluto sulla persona), ma che qualcosa non è andato nel verso giusto (analisi del comportamento o dell’accadimento). Il lavoro con il mental coach serve anche a questo: a migliorare l’autostima, a fare una giusta programmazione degli obiettivi, a correggere e a ragionare sugli errori per fare meglio in futuro. Tutto ciò passa attraverso l’acquisizione di una maggior consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità. E a tal proposito, un altro aspetto che si correla alla paura del fallimento, è proprio legato alla corretta programmazione degli obiettivi. Lavorare sugli obiettivi non vuol dire semplicemente fissare delle scadenze, bensì adeguare la propria visione e le proprie ambizioni in modo sfidante ma realistico: inutile e controproducente porsi come obiettivo di diventare il miglior attaccante di calcio della serie A se si hanno potenzialità per diventare il miglio attaccante della serie B. Meglio lavorare sui propri obiettivi in questo senso, che non vuol dire sminuire o, ancor peggio, de-motivare un atleta. Noi non siamo motivatori, siamo sviluppatori di potenzialità. L’atleta non deve trovare nel proprio mental coach qualcuno che lo motivi, per quello ci pensano i tifosi o, a volte, i soldi; lui ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a fare chiarezza su di sé e sul proprio ruolo nello sport, altrimenti vivrà nella perenne frustrazione di un obiettivo irraggiungibile che genere un forte senso di fallimento.

È possibile avere paura del successo?

Forse può sembrare un controsenso pensare ad un atleta che tema il successo, visto anche quanto detto in riferimento al fallimento. Lui gareggia per averlo il successo. Eppure non tutto è così chiaro dentro di lui.

La mente di un atleta lavora in continuazione e si pone molte domande. Fra queste vi sono domande che possono riguardare il proprio successo e che glielo fanno temere. Domande del tipo: e se poi non riuscissi più a mantenere lo stesso livello? E se il successo mi facesse perdere i miei affetti, le mie abitudini, il mio ambiente? E se il successo mi togliesse la libertà che attualmente ho? Tutti quei “e se” che gli frullano in testa e diventano dei veri e propri auto-sabotaggi al successo.

In aggiunta dobbiamo considerare che non tutto è governato dalla mente pensante. La mente conscia e le parole dimostrano il desiderio di vittoria e di successo, ma la mente inconscia potrebbe remargli contro. Per un qualsiasi motivo legato alla sua storia, al suo vissuto, alle sue situazioni di vita, il suo inconscio potrebbe non desiderare questo successo. E siccome l’inconscio vince sulla mente conscia, si stabilisce una situazione di lotta, anche inconsapevole, contro il successo.

Questi sono ambiti strategici per un mental coach, per aiutare l’atleta a chiarire i propri timori che alimentano il desiderio del NON successo e ristabilire la giusta congruenza tra conscio e inconscio.

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È la mente che impedisce di infortunarsi?

L’atleta è corpo e mente. Non sarebbe corretto attribuire solo alla mente la capacità di non incorrere in infortuni. Così come non è corretto riporre nella preparazione fisica e tecnica l’unica risorsa per la prevenzione. Da fisioterapista per anni mi sono sempre e solo preoccupato degli aspetti fisici, come del resto fanno gran parte degli staff che ruotano attorno agli atleti. Quando però ti trovi di fronte ad atleti, tanti, perfettamente preparati dal punto di vista fisico e tecnico e che nonostante ciò si infortunano, cominci a porti delle domande. Non può sempre e solo essere fatalità. I soli fattori fisici sono stati considerati per anni, come la causa primaria degli infortuni sportivi e dell’attività motoria, nonostante nella ricerca scientifica vi fossero conferme ed evidenze piuttosto modeste a supporto del fatto che gli infortuni sportivi acuti fossero direttamente legati alle caratteristiche fisiche di un atleta.

Le ricerche più recenti sostengono che gli infortuni sportivi abbiano un’origine multifattoriale: differenti fattori di rischio, legati alla tipologia di sport, all’equipaggiamento, alle caratteristiche individuali fisiche, ma anche gli aspetti psicologici ed emotivi che interagiscono nella genesi degli infortuni atletici.

Attraverso l’allenamento mentale l’atleta può sviluppare una maggior consapevolezza di sé che agisce direttamente anche sulla regolazione del sistema neuro-endocrino. Tutto questo si ripercuote positivamente sulla performance sportiva, riducendo anche il rischio dell’infortunio o, nel caso in cui questo accada, supporta e indirizza l’atleta in un processo di recupero più completo, più sicuro e, probabilmente, più rapido e duraturo.

Quali difficoltà maggiori incontra nella preparazione sportiva?

Più che di difficoltà parlerei piuttosto di chiusura mentale verso il ruolo del mental coaching nell’ambito sportivo. Ancora troppo poco si conoscono le reali potenzialità di questa figura per il miglioramento della performance. Oppure, in certi casi, vi è anche un rifiuto nel proporre questa figura agli atleti perché spesso lo si assimila in maniera semplicistica ad un motivatore. Noi facciamo tutt’altro: è vero, per fortuna, siamo noi i primi tifosi degli atleti che seguiamo, ma rivestiamo un ruolo molto diverso per l’acquisizione di una miglior consapevolezza e per lo sviluppo delle potenzialità che un atleta ha già in sé stesso. Tutto questo attraverso un lavoro altamente specializzato.

Il mio compito è proprio quello di far conoscere e far capire come un mental coach possa contribuire in maniera sostanziale anche in un ambito così cruciale come quello della prevenzione dell’infortunio e del recupero degli atleti infortunati.

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Giorgio Nadali

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