L’abitudine di bere uno spritz: tra rito sociale e quotidianità.
C’è un momento della giornata in cui il ritmo rallenta, il lavoro è ormai alle spalle e ci si concede qualche minuto di leggerezza. Per molti, soprattutto in Italia, quel momento coincide con l’aperitivo. E tra i protagonisti indiscussi di questo rituale c’è lo spritz: un bicchiere dal colore aranciato, qualche cubetto di ghiaccio, una fetta d’arancia e il caratteristico gusto leggermente amarognolo.

Bere uno spritz può sembrare un gesto semplice, quasi automatico. In realtà, dietro questa abitudine si nascondono aspetti culturali, sociali e psicologici interessanti.

Lo spritz non è soltanto una bevanda: è spesso associato a un momento preciso della giornata e a una determinata atmosfera. L’aperitivo rappresenta una pausa, un’occasione per incontrare amici, colleghi o familiari e per chiacchierare senza la fretta tipica degli impegni quotidiani.

Proprio la sua dimensione rituale può rendere piacevole l’abitudine. Sedersi al tavolino di un bar, ordinare il proprio spritz e condividere qualche stuzzichino diventa una sorta di confine tra il tempo degli impegni e quello dedicato a sé stessi e agli altri.

Non è lo spritz in sé a definire il nostro rapporto con l’alcol, ma il modo in cui lo inseriamo nella nostra vita. La consapevolezza significa anche saper scegliere quando bere, quanto bere e, soprattutto, sentirsi liberi di non farlo.

Un aperitivo può essere un piacevole momento di condivisione. Può essere un’occasione per incontrare qualcuno, raccontarsi la giornata e concedersi una pausa. Il valore di quel momento, però, non dovrebbe dipendere necessariamente dal contenuto del bicchiere.
In fondo, il vero rito dell’aperitivo non è bere uno spritz. È fermarsi per un momento, stare insieme e concedersi un po’ di tempo. E questo piacere può esistere anche quando nel bicchiere non c’è alcol.
Umberto Buffa

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