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Biodanza in Sardegna

“Biodanzando lievi sulla Terra ovvero a scuola di felicità” Con Angelica e Nicoletta

Angelica Scotti e Nicoletta Quadu sono direttrici di una scuola pittosto originale…
Si tratta della “Scuola di Biodanza della Sardegna”.
In questa scuola non esistono classi tradizionali con cattedra, banchi e sedie, ma è comunque una scuola vera, seria e di grande professionalità, che svolge attività di formazione in Sardegna sin dal 2000, quando nacque sotto la direzione di Maite Bernardelle, collaboratrice diretta dell’ideatore del Sistema Biodanza, Rolando Toro.
La cornice che ci accoglie per questa intervista non può che essere quella avvolgente e colorata della natura sarda, che in primavera è un inno alla vita, perfettamente in sintonia con tutto ciò che il sistema biodanza rappresenta.

Innanzitutto, Nicoletta e Angelica, come siete arrivate alla biodanza?
Nicoletta Quadu:
Sono arrivata alla Biodanza per caso. Era il 1996. Mia sorella stava organizzando un incontro e mi invitò. Ciò che mi attraeva di questa cosa fu il fatto, come lei mi spiegò, che si trattasse di un “sistema psicocorporeo”, che riguardava quindi la persona nella sua interezza, basato sul movimento e la musica. Questo è stato per me l’attrattore principale oltre, naturalmente, alla fiducia nei suoi confronti. In quegli anni mi interessavo di psicomotricità, quindi questa proposta andò ad innestarsi su un interesse già presente.

Angelica Scotti:
Anche per me tutto è nato per una questione di fiducia. Sono arrivata alla biodanza un mese dopo Nicoletta perché nel gruppo c’era mio marito, il quale è tornato a casa talmente entusiasta che, pur avendo le bambine piccolissime, mi disse dovevamo assolutamente organizzarci perché andassi anch’io in quanto era stata un’esperienza bellissima.

E da questo a diventare direttrici di una scuola? Anzi, della Scuola Sarda, visto che in Sardegna ci siete solo voi e i vostri allievi arrivano da tutta l’Isola.
N.Q.
Beh, chiaramente abbiamo attraversato tutti gli stadi. Inizialmente per i primi tre/quattro anni siamo entrati in una forma di autogestione per garantirci almeno uno stage mensile. Mia sorella e i suoi amici lasciarono poi l’organizzazione e per circa due anni Io e Vito (un membro del gruppo iniziale) invitavamo insegnanti da fuori organizzandoci in un calendario annuale d’incontri.
Insomma ci dovevamo accontentare di uno stage mensile, che paragonato agli incontri settimanali che i vari facilitatori formatisi negli anni, ormai tengono in tutto il territorio regionale, è poca cosa, ma allora per noi era già una grande conquista.
Nel frattempo abbiamo conosciuto Maite che venne in Sardegna accompagnando il facilitatore che veniva per tenere lo stage. Con lei abbiamo “assaporato” la biodanza-massaggio, l’abbiamo invitata personalmente per un nuovo incontro e, proprio a lei abbiamo chiesto di iniziare con la Scuola di Formazione.

Ma chi è esattamente Maite?
A.S.
Maite, come lei stessa si definisce, è una “Dinosaura” della biodanza. È argentina con cittadinanza anche italiana che ha conosciuto Rolando Toro quando era molto giovane. Anche per lei, come per tutti noi, è stato amore a prima vista, così ha seguito il maestro in tutti quegli anni in cui la biodanza era altamente sperimentale. Infatti, essendo un’attività che si è costruita medologicamente su basi fenomenologiche, i primi gruppi che praticavano la biodanza con Rolando Toro, erano persone che sperimentavano su loro stessi gli effetti del Sistema, relazionando su quanto avveniva.
È quindi un insegnante da più di trent’anni con un bagaglio di esperienza originale che per noi è stata una grande ricchezza.

Avete parlato di Maite nominando più volte Rolando Toro, il creatore di questo sistema. Chi era questo personaggio divenuto ormai mitico?
N.Q.:
Rolando è stato un “curioso della vita”. Si può dire che abbia nutrito la sua curiosità in primo luogo attraverso il suo lavoro.
In principio lavorò come insegnante e come molti insegnanti, aveva una forte spinta alla conoscenza e alla sperimentazione didattica. Pertanto ideò un metodo d’insegnamento della letto scrittura per i bambini delle campagne. Un metodo estremamente empirico, pertanto basato sull’esperienza, all’aria aperta, a contatto con la natura, molto attivo.
Continuò comunque a studiare, si laureò ed ebbe diverse cattedre all’Università Cattolica di Santiago del Cile, tra cui quella di Psicologia del movimento. Questo è molto importante in quanto dimostra che il suo interesse verso l’espressione corporea mediante il movimento è sempre stato vivo, ma era anche supportato da competenze e conoscenze accademiche di non poco conto.
La sua curiosità non si fermava mai, così i suoi studi continuarono, nel campo dell’antropologia, della filosofia e dell’arte; si cimentò nella poesia, nella pittura e nella musica, unificando in se tutti i campi del sapere da lui esplorati.
A.S.:
Possiamo dire che il campo dell’arte era per Rolando trasversale a tutti gli altri, in quanto egli aveva un concetto fortemente estetico della vita, dell’amore, dell’incontro umano. È bene dire a tal proposito che il primo nome dato al sistema biodanza fu “La poetica dell’incontro umano”, nel senso che lui rilevava una mancanza estetica nel nostro modo di vivere, cioè una mancanza di cura per ciò che era bello, armonioso, per ciò che era in qualche modo arte.

Come è arrivato alla biodanza?
A.S.:
Erano gli anni ’60 e lui seguiva un filone di sperimentazione per i malati psichiatrici, di forme umanizzate di cura o di sostegno.
Probabilmente proprio per questo suo afflato artistico personale, si avvicinò a quelle che erano allora le prime esperienze di musicoterapia, iniziando ad avvicinarsi ai malati proprio attraverso la musica.
Partendo dall’idea “ingenua”che per i malati psichiatrici in forte agitazione, fossero utili musiche con effetti rilassanti e tranquillizzanti, scoprì da subito che contrariamente, gli stessi malati con queste proposte aumentavano i loro deliri e diminuiva la percezione di se, mentre questa consapevolezza aumentava con proposte musicali vivaci, allegre e dinamiche. Da qui Rolando è partito alla scoperta della relazione tra la musica, i diversi stimoli insiti in essa, nel loro significato emozionale e i vari aspetti della pulsazione dell’identità umana.

Torniamo ad Angelica Scotti e Nicoletta Quadu.
Da organizzare stage mensili con esperti esterni a creare una vostra scuola in Sardegna.
La Scuola Biodanza della Sardegna è: Angelica e Nicoletta.
N.Q:
Anche questo è avvenuto con gradualità. Io e Angelica, spinte e invogliate anche da Maite e dall’allora direttrice della Scuola Modello di Milano, ci siamo iscritte al corso didatta, divenendo le prime due “didatta” formate in Sardegna. La tendenza dell’organizzazione centrale era quella di lasciare, al momento opportuno, la direzione delle diverse scuole a persone del luogo. Cosi per due anni nella scuola in Sardegna Maite, da direttrice, veniva in Europa due volte l’anno e, pur trattenendosi per qualche mese, comunque non sempre poteva occuparsi in prima persona di tutto. Quando dopo due anni Rolando Toro diede a Maite la direzione della Scuola di Biodanza di Madrid, l’IBF (Organismo internazionale che regola tutte le attività delle scuole di formazione nel mondo, dai programmi dei corsi alla didattica, ai modelli di gestione delle lezioni ecc.) riassegnò la scuola, come d’indirizzo, a due Didatte del territorio, cioè noi due.

Quando avete iniziato esattamente la vostra attività come direttrici della scuola di formazione?
A.S.
Noi abbiamo iniziato il nostro primo ciclo di scuola nel 2001, con un numero di allievi decisamente inferiore a oggi e, alla fine del percorso di formazione siamo arrivati in sei.
Considerando che Maite veniva in Italia dall’Argentina, dobbiamo ammettere di avere un grande debito di riconoscenza nei suoi confronti.
Ma possiamo anche affermare che, se con alcuni dei nostri primi compagni di viaggio abbiamo condiviso la forte volontà di portare a compimento il nostro percorso di formazione, io e Nicoletta abbiamo sicuramente perseguito con grande determinazione l’obiettivo che la scuola di biodanza in Sardegna non si esaurisse con la conclusione del primo Ciclo di formazione, ma andasse avanti, per costruire un bacino di utenza che ci permettesse di riaprire la scuola con un nuovo ciclo e di far conoscere il Sistema sul territorio.
N.Q.
Pian piano, nel corso degli anni, con l’apertura di gruppi da parte di altri facilitatori come Gianni Loi a Sassari, Hamaresh Pisanu a Cagliari e Susanna Giglio a Oristano, siamo arrivati alla Scuola e alla diffusione su gran parte del territorio regionale così come è oggi, mentre il secondo Ciclo di formazione della Scuola ha avuto inizio a Ottobre del 2011.
Ora siamo arrivati al quarto ciclo.

Quanti iscritti nel 2011 e a quanti si è arrivati ora?
N.S.
Nel 2011 la scuola aveva otto iscritti, oggi col quarto siamo a 19 iscritti. Ma nella biodanza c’è di bello che, essendo una “scuola di formazione di vita”, pur con tutti i crismi metodologici didattici e scientifici, corsisti già formati e/o titolati si iscrivano anche a cicli successivi per consolidare la loro formazione ma anche per proseguire nel loro percorso evolutivo come persone.
La formazione di una persona nella biodanza non si esaurisce in un ciclo di scuola. Le persone continuano anche per il confronto con gli altri, la continua scoperta di se, la consapevolezza dell’importanza della propria crescita personale. Più si va avanti e più ci si rende conto che questo Sistema è talmente ricco di connessioni, di sfaccettature, di spunti di approfondimento, che chi sceglie di fare il facilitatore sente il bisogno di continuare, di approfondire, per arricchirsi interiormente.
La biodanza non è una semplice disciplina sportiva o artistica. È una vera e propria scuola di vita.

Quest’anno: Incontro Nazionale Biodanza in Sardegna. Questo è sicuramente un grande traguardo.
N.Q.
Questo è un grande traguardo ma anche un grande progetto, che condividiamo con tutte le scuole di formazione italiane. Abbiamo iniziato a costruire questo percorso recentemente,incontrandoci tra direttori di scuole, quindi due anni fa, da uno di questi è emerso il desiderio e la necessità di organizzare, come rete di scuole italiane, un incontro nazionale dove ci si potesse incontrare allargando l’incontro ai biodanzatori di tutta Italia e non solo. Infatti l’incontro è aperto a chiunque voglia partecipare per conoscere meglio il sistema e tutto ciò che con esso si sta sviluppando e mettendo in campo, a livello nazionale e internazionale, in campo sanitario, sociale, dell’educazione o delle istituzioni.
A.S:
Ricordiamo che soprattutto nel sociale la biodanza può avere un importanza fondamentale.
Moltissimi facilitatori portano avanti progetti importanti nel delicato mondo del sociale, in tutte le sue sfacettature. Questo perché, col crescere del movimento, è sempre più possibile una diramazione in vari campi dell’azione sociale mediante un approfondimento di tutti quegli spunti che sono dietro al sistema. È eccezionale vedere come la scienza, la psicologia o la neuroscienza approfondiscano e si applichino alle varie situazioni con risultati sorprendenti confermando le intuizioni di Rolando.

Sappiamo che la biodanza si sta occupando di vari aspetti della vita sociale quindi. A tutt’oggi in cosa sono impegnati i facilitatori che col loro lavoro esulano dai normali canali quali scuola o settimanali?
N.Q.
Abbiamo attive diverse esperienze. Ad esempio nell’Istituzione scolastica abbiamo chi si occupa di educazione biocentrica; abbiamo avuto un’esperienza rieducativa nel carcere femminile di Uta e una ad Olbia nella sezione ospedaliera per dare supporto a chi si occupa di malati; un’altra esperienza è appena iniziata all’ospedale Oncologico di Cagliari e un’altra ancora ad Oristano con ragazzi con disagio presso l’Istituto delle Evaristiane di Donigala. Nel tempo comunque molte sono state le attività che si sono svolte in diversi ambiti sociali o lavorativi.

Torniamo all’incontro nazionale: come, dove e quando si svolgerà?
A.S.
Quest’incontro nazionale, è un grande sogno che si realizza.
Scaturisce dall’entusiasmo delle nuove scuole recentemente nate in Italia. Entusiasmo “reticolare” che ci ha portato, lo scorso anno, al primo incontro in Sicilia, organizzato da una scuola veramente molto giovane e con ancora pochi iscritti e al secondo incontro di quest’anno, a forte richiesta, organizzato dalla nostra Scuola in Sardegna. L’obiettivo è quello di ri-conoscerci, d’incontrarci, di scambiare esperienze, di creare vincoli differenti, che sono gli obiettivi fondanti della biodanza. Per questo l’abbiamo chiamato “Radici per crescere insieme” .
Si svolgerà ad Arborea il 29/30 settembre di quest’anno nel bellissimo scenario dell’Horse Country Resort che ci offre un significativo Centro Congressi insieme ad uno spazio di ospitalità dotato di tutti i comfort, una bellissima spiaggia con delle splendide piscine e una grande pineta.
Sarà sicuramente un weekend molto gradevole e pieno di splendide esperienze.
N.Q.:
Ci saranno spazi che saranno dedicati alle conferenze, per cui diversi direttori di scuola e diversi relatori, che sono anche facilitatori di biodanza, porteranno delle tematiche quali l’educazione biocentrica, l’azione sociale, la biodanza in ambito sanitario e per il disagio psichico. Tutto questo relativamente a progetti che sono in atto o appena terminati o che stanno per ripartire dando testimonianza ai presenti di tutto quello che questo sistema può aprire nei diversi ambiti d’intervento.
Alternato a questa parte, per così dire, teorica ci saranno le vivencias in plenaria offerte dai direttori delle diverse scuole uniti in gruppi di conduzione.

Avete usato il termine vivencia/vivencias: cosa significa? Avete sempre usato il termine facilitatore e mai istruttore: perche?
N.Q.
Vivencia è un termine spagnolo che non si può tradurre in italiano con un’unica parola. Possiamo dire che voglia indicare, attraverso la danza, l’esercizio danzato in senso originario del termine, cioè la possibilità del danzare mediante un movimento che sgorga dal profondo della persona che lo sta attuando. Esso ha un senso originario estremamente creativo, quindi è un atto creativo e di conseguenza un generatore di vita che ha l’intensità del momento in cui la persona è pienamente immersa nella sua danza. Il qui e ora.
In qualche modo egli non sa nemmeno cosa effettivamente stia facendo, non ha studiato dei passi da riprodurre. La suggestione gli arriva dalla musica. Dall’interruttore emotivo che quella musica accende e, l’unione di tutti questi elementi genera la vivencia. Quindi potremmo dire una presenza assoluta in quel momento, nel proprio movimento e nel proprio sentire.
A.S.:
Per questo, le nostre sessioni si trasformano spesso in istanti che strutturano l’esperienza personale e quindi, la personale maniera di rispondere al mondo e di strutturare la propria vita. È un momento formativo importante per la persona e per il suo modo di essere al mondo.

Non parliamo quindi di danza cosi come la intendiamo comunemente con passi strutturati e performance dimostrative delle proprie capacità ma ben altro…
A.S.:
Si. Ognuno esprime se stesso, le proprie emozioni e sensazioni cosi come la musica le fa scaturire dal proprio interno. Ma è molto importante precisare che ha lo scopo di restituire alle persone la libertà del movimento naturale. Non è un movimento libero, è un movimento che ricerca la vicinanza con quello che è il naturale movimento “dell’animale umano” nelle sue più diversificate espressioni.

E facilitatori?
A.S.
Ci chiamiamo così perché quando Rolando ha impostato la biodanza, in lui c’era una volontà di trasformazione rispetto al concetto abituale del tempo, del terapeuta che con la sua conoscenza agiva sul “malato” o comunque sull’individuo in senso trasformativo. Ha creato così un sistema dove l’azione sull’individuo e dell’individuo stesso, e parte dal fatto che c’è un facilitatore, che attraverso delle conoscenze metodologiche, è in grado di mettere in campo quegli elementi che servono all’individuo per riacquisire la capacità di generare azione a partire dal proprio bagaglio di capacità creativa insito in se stesso.
N.Q.:
Ciò di cui parla Angelica ha la sua base scientifica nella psicologia transpersonale a cui Rolando si è largamente ispirato e che ha trovato in linea con i principi scientifici che lui ha seguito nella strutturazione del sistema, cioè la psicologia Rogersiana e di Maslow per esempio, che identifica come forza guaritrice dell’individuo una sua forza interiore, o forza vitale. Secondo questi studi un individuo ha in se tutte le potenzialità per poter guarire sviluppando una capacità di autocura. Così un facilitatore porge degli strumenti ai suoi allievi e questi prendono quelli di cui sentono d’aver bisogno, per rafforzarsi e per costruire il proprio progetto vitale aderente al proprio essere profondo.

Fotografie di Tiziana Centomani.

Maria Carmela Contini.

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